Arroccato sulla riva sinistra del torrente Zambra, a circa 40 metri dalle antiche vestigia di un castello che ha dato il nome al luogo (“Castelmaggiore”), il molino Gangalandi è una delle strutture più belle e meglio conservate dei Monti Pisani.
L’opificio, ubicato a Calci, località Castelmaggiore, sembra avere origini molto antiche: il proprietario, Angiolo Chini, sostiene infatti che, già dal 961, i conti Gangalandi erano presenti nei territori fiorentini, e che, durante il periodo in cui la città di Pisa era una delle quattro Repubbliche Marinare della penisola italica, avevano diversi possedimenti nei territori pisani. Agli inizi del 1500 i Gangalandi possedevano casa, terre e mulini nel territorio di Calci: tra queste proprietà c'era anche il mulino in questione, come confermano i documenti d’archivio che ne attestano con certezza l'esistenza già dal 1556. Anche se nell’opificio, con il trascorrere dei secoli, si sono alternati proprietari diversi, il molino dei Gangalandi è rimasto sempre in attività: nel 1869 risulta fra i 79 molini ad acqua ancora operanti nel territorio calcesano.
Oggi il molino si presenta così come lo ha lasciato il suo ultimo mugnaio, Camillo Chini, perito in un tragico incidente sul lavoro nel 1943.
Nonostante il successivo inevitabile abbandono, l'opificio, grazie alla cura di Angiolo Chini, attuale proprietario, ospita ancora gli strumenti originali di lavoro: le macine, gli ingranaggi, il buratto, la lavagrano, le tremogge, i martelli, i puntoni, le mestole, le forcelle, i regoli, i cembali, i rulli, le seste… e tutte le altre attrezzature necessarie alla produzione e che, opportunamente revisionate, riporterebbero integralmente il molino al suo antico, mirabile assetto. |